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Pilotare i risparmi su una strada scivolosa

Il 2016 verrà annoverato tra gli anni più difficili dal punto di vista del risparmio: i rendimenti negativi offerti ormai da un terzo dei titoli di Stato emessi dai Paesi dell’Eurozona e più in generale da quelli sviluppati, assieme alla caduta dei mercati azionari e delle valute ad alto rendimento, rende difficoltosa per i risparmiatori la ricerca di mete d’investimento tramite le quali far fruttare i propri risparmi.

 Vero è che in presenza di un’inflazione straordinariamente bassa anche un rendimento che potrebbe apparire avaro è oggi in grado di accrescere il capitale in termini reali, oltre che nominali, essendo l’inflazione sostanzialmente a zero o perfino negativa. Nonostante ciò, l’idea di impiegare delle risorse con la prospettiva di ottenere un ritorno inferiore all’1% annuo crea obiettivamente un senso di insoddisfazione a priori: la ricerca di rendimenti comunque più interessanti ha spinto nel 2015 gli italiani a investire 141,7 miliardi di nuove risorse nel risparmio gestito, principalmente in fondi di investimento, portando il patrimonio complessivo dell’industria al record storico di 1.835 miliardi di euro. In altri casi aveva spinto i meno accorti a sottoscrivere obbligazioni di tipo subordinato della propria banca, dal momento che offrono rendimenti tre volte superiori a quelli restituiti dalle tradizionali obbligazioni non subordinate, subendo poi in alcuni casi forti perdite quando il dissesto delle quattro banche regionali italiane ha fatto scattare la nuova procedura Ue del bail-in.

INFLAZIONE A ZERO

Le aspettative di tassi su un livello straordinariamente basso si estendono infatti fino a buona parte del 2017, dopodiché non vi è alcuna certezza che la situazione possa tornare alla normalità: tutto dipenderà dal livello di inflazione, che a sua volta dipende dal grado di sviluppo economico (crescita del pil e occupazione) e dalla quantità di moneta in circolazione. Un’inflazione sostanzialmente pari a zero non è infatti la migliore situazione congiunturale: non stimola i consumi, perché rimanda le decisioni di acquisto soprattutto tra i beni durevoli e i beni d’investimento come i macchinari; ostacola la produzione di utili da parte di banche e assicurazioni; ostacola la produzione di redditi da capitale, perché disincentiva gli investimenti e rende poco interessante sottoscrivere titoli di Stato; ostacola la svalutazione dei debiti pubblici, cresciuti sensibilmente dopo la pesante crisi economico-finanziaria del 2009. Quest’ultimo aspetto è molto rilevante, motivando da solo gli interventi di emergenza messi in campo dalla Bce un anno fa.